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Andre Agassi, Open: un caso editoriale sotto l'albero di Natale

03/12/2013 15:00
Andre Agassi Open un caso editoriale sotto l'albero di Natale

Pubblicato da Einaudi nel 2011, Open. La mia storia di Andre Agassi rimane nella classifica dei libri più venduti in Italia grazie al passaparola dei lettori.

Open è un'autobiografia schietta, raccontata con l'impegno dichiarato da Andre Agassi di comprendere “chi ero e cosa ero diventato”. Un viaggio nel segno della verità, dopo una vita piena di contraddizioni - una su tutte, l'odio per il tennis - seguite da altrettante conciliazioni.
Agassi nasce in un ambiente disperato con poste in gioco sempre più alte. A un certo punto della carriera, smette di giocare per il padre, i soldi o gli allenatori concedendosi la licenza di farlo per se stesso. Il segreto è l'ispirazione, l'obiettivo quello di riprendere in mano la propria vita.

Us Open 2006 - Agassi si prepara a giocare l'ultima partita e dare l'addio al tennis. Ha una moglie, la mitica Steffi Graf, e due bambini, di cinque e tre anni. La sua vita è già proiettata al futuro, ma occorre un ultimo, enorme sforzo per mantenere tutto sotto controllo: il domani dipende da qualcosa che è qui e ora, anche se stai per lasciartelo alle spalle.
“Mal di schiena, colpi sbagliati, brutto tempo, disgusto nei miei confronti” - come spesso è accaduto, prima di una partita, anche questa volta il destino mette il bastone tra le ruote: “Mi sento come se qualcuno mi si fosse avvicinato durante la notte e avesse fissato alla mia colonna vertebrale uno di quegli antifurto che si applicano al volante. Come faccio a giocare gli Us Open con un bloccasterzo alla schiena? L'ultimo match della mia carriera finirà con un ritiro?”
Occorre un'iniezione di cortisone.
Agassi vede allo specchio i propri occhi rossi e la barba grigia, un'immagine di sé, in cui stenta a riconoscersi: “Eppure, in fondo a quegli occhi, riesco a scorgere il ragazzino che voleva lasciare perdere, il ragazzino che ha lasciato perdere un sacco di volte. Vedo il ragazzino che odiava il tennis e mi chiedo come quel bambino dalla zazzera dorata vede quest'uomo calvo, che continua a odiare il tennis, eppure ancora gioca. Sarebbe scioccato? Divertito? Fiero? La domanda mi lascia stremato, spento, ed è solo mezzogiorno.”

Il traguardo è dietro l'angolo, l'attende il buen ritiro in Florida. Un nuovo inizio come desidera da sempre. Eppure, proprio ora, non si sente pronto a smettere: “È una faccenda inspiegabile, mistica, quella di queste forze gemelle, di queste energie contrastanti, ma è reale. Lo so, perchè ho passato gran parte della mia vita a cercare l'una e a combattere l'altra, e talvolta sono rimasto bloccato, sospeso, a rimbalzare tra le due come una palla di tennis”.

Infanzia - Succedono “brutte cose” quando papà Agassi si arrabbia. C'è affetto e desiderio di compiacerlo. La regola è quella di non contraddirlo: “Se lui dice che giocherò a tennis, che diventerò il numero uno, quello è il mio destino, tutto ciò che posso fare è annuire e obbedire”.
Andre ha dieci anni e ha vinto i primi sette tornei della sua categoria. Il padre non fa una piega. La strada è lunga. Non c'è terra più desolata della casa degli Agassi, confinata nel deserto di Las Vegas. Al ritorno da un incontro, percorrendo la diga di Hoover, Andre non può sottrarsi: “Penso alla rabbia imbottigliata dentro mio padre, come il fiume Colorado dentro la diga di Hoover. È soltanto questione di tempo prima che erompa. L'unica cosa che tutti noi possiamo fare è arrampicarci più in alto possibile”. Questo significa una sola cosa, vincere sempre.
La prima sconfitta arriva durante una partita a San Diego perchè l'avversario bara. Milioni di colpi contro drago, il micidiale lanciapalle progettato dal padre, in cambio di niente: “Dopo anni che sento sbraiatare mio padre per i miei errori, un'unica sconfitta basta perchè faccia mie le sue critiche. Ho interiorizzato mio padre - la sua impazienza, il suo perfezionismo, la sua rabbia - finchè la sua voce non mi sembra la mia, è la mia. Non c'è più bisogno che papà mi torturi. D'ora in poi posso farlo da solo”.

Dai tormenti del perfezionista all'ispirazione dell'artista - Agassi è talento, passione e fortuna. Tuttavia non è facile gestire la concentrazione in campo. Il tennis è uno sport solitario. Le distrazioni sono fatali.
L'incontro con Gil - trainer, amico e vicepadre - segna un momento di svolta. Agassi non è un cavallo da tiro, ma uno da corsa, e Gil non cercherà mai di cambiare una virgola della sua natura irruenta: “Sarò severo, ma giusto. Ti guiderò senza mai spingerti. Non sono uno che esprime o articola bene i suoi sentimenti, ma d'ora in poi sappi questo: Ci siamo, ragazzo. Ci siamo. Sai che ti dico? Tu stai combattendo e puoi contare su di me fino all'ultimo uomo. Da qualche parte, lassù, c'è una stella con sopra il tuo nome. Forse non sarò capace di aiutarti a trovarla, ma le mie spalle sono forti e puoi salirci sopra mentre la cerchi. Hai capito? Per tutto il tempo che vuoi. Sali sulle mie spalle e allunga la mano, ragazzo. Allungala”.

L'immagine è tutto - Nel 1988 Agassi ha diciotto anni e detta moda grazie ai celebri calzoncini jeans e i capelli mechati, lunghi dietro ,corti davanti. L'anno successivo gira uno spot per la Canon in cui indossa un completo bianco al volante di una Lamborghini dello stesso colore. Abbassa gli occhiali da sole e recita: “l'immagine è tutto”. Per i media lo slogan gli è cucito - negativamente - su misura.
Ai Roland Garros del 1990 la notizia è quella di Agassi che veste di rosa. Alla sua prima finale di slam deve affrontare l'ecuadoriano Gòmez, prossimo al ritiro e battuto qualche settimane prima. Puntuale arriva “la catastrofe”. Sotto la doccia si disintegra il parrucchino. Setacciata Parigi, si trovano, infine, venti mollette per fissarlo. Agassi scende in campo in stato “catatonico”. Prega che il parrucchino tenga. Potrebbe giocare senza, ma cosa direbbero tutti? L'immagine è tutto. Ed è a un passo dalla beffa.
Nel 1992 a Wimbledon arriva la consacrazione: la vittoria concede un momento di sollievo. Poi torna la pressione di chi è cresciuto per essere il numero uno al mondo. E vincere rende tutto più complicato.

Stoccarda, inizio stagione indoor - Agassi affronta MaliVai Washington, lo conosce dai juniores. È avanti di un set e in vantaggio, quando si stacca la suola della scarpa. Non ne ha un paio di ricambio, ferma il gioco per farlo presente agli ufficiali di gara. L'annuncio con l'autoparlante è in tedesco: “C'è qualcuno che può prestare una scarpa a Mister Agassi? Numero quarantatrè? Dev'essere una Nike, aggiungo - per via del mio contratto. Un uomo in alto sugli spalti si alza in piedi, agitando la sua scarpa. Sarebbe felice, dice, di prestarmi la sua Schuh”. È una quarantadue e Agassi se la infila a forza. La situazione è ridicola, si sente emotivamente al capolinea: “E' questa la mia vita? Non può essere”. La mente vaga in una baita di montagna, in mezzo al profumo di neve nella foresta. Per l'ennesima volta pensa al ritiro. Anzi no.
Dal numero uno al mondo precipiterà al centoquarantesimo posto in classifica per poi tornare alla ribalta: è Agassi, vent'anni di carriera e mille match da campione.

 
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Scritto da
Carla Paulazzo
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