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Shakespeare, il dilemma di Amleto: Atto Terzo, Scena Prima

28/11/2013 12:15
Shakespeare il dilemma di Amleto Atto Terzo Scena Prima

Classici - L'Amleto di Shakespeare debutta al Globe nel 1602: da allora, ha continuato a calcare i palcoscenici del mondo tramandando l'universalità del dilemma agli spettatori di ogni epoca.

William Shakespeare scrive l'Amleto alla fine del Cinquecento. Anzi, come di consuetudine, lo riscrive perchè il dramma risale al XIII secolo: contenuto nella Historia Danica di Saxo Grammaticus, il pubblico francese applaude la traduzione di François de Belleforest in Histoires Tragiques (1576).
Prova di maturità nella carriera di un attore - i sussurri della coscienza devono arrivare all'ultima fila - l'Amleto assimila le peculiarità dell'attore che lo interpreta. Un'opera senza tempo che cambia a ogni sua rappresentazione, prestata a essere continuamente riletta. Un capolavoro di incredibile modernità, a riprova di quanto poco l'uomo sia cambiato.

Shakespeare compone un dramma sulla morte completamente inscritto nell'epoca elisabettiana.
Siamo alla fine del regno di Elisabetta I di Tudor. Dopo la restaurazione cattolica imposta dalla sorellastra Maria Tudor, Elisabetta si è proclamata "Supremo Governatore della Chiesa d'Inghilterra" dietro il consiglio del suo segretario William Cecil. Istituita dal padre Enrico VIII, è l'ultimo atto della fondazione della Chiesa Anglicana, sancita grazie allo scisma dalla Chiesa cattolico-romana,
La struttura allegorica sottostante all'Amleto contempla la sofferenza dei cattolici: è tempo di reagire e ristabilire l'autorità papale in Inghilterra?
L'usurpatore Claudio simboleggia l'oppressione della comunità cattolica. Il ciambellano Polonio s'ispirerebbe - non tutti i critici concordano - alla figura caricaturale di Cecil. La figlia Ofelia rappresenta la possibilità di un compromesso storico tra la Chiesa Anglicana e quella cattolico-romana: Amleto cerca conforto in lei ma non può fidarsi - il compromesso di una chiesa riformata non può funzionare.

Essere o non essere – Un appello ai cattolici: alzarsi e combattere o no, rimanere la maggioranza oppressa o no. Pur conoscendo la storia, il pubblico di oggi non può avvertire la forza dell'allegoria politico-religiosa intessuta nel celebre monologo.
Tuttavia, rimane illibata la forza del dibattito morale: Amleto deve vendicare il padre assassinato, ma è assalito dai dubbi. Non è un uomo qualunque: è un giovane di lettere, spiritoso e saggio. Nel monologo c'è il principe e il filosofo. E c'è la rabbia di un giovane uomo contro la tirannia dello zio che ha ucciso suo padre e usurpato il suo regno.
Amleto si chiede se continuare a vivere. Vivere significa accettare l'ingiustizia, morire include il coraggio di trovarsi di fronte all'ignoto: ed è proprio la paura dell'ignoto che costringe gli uomini ad accettare la miseria inflitta dal tiranno.

L'apparizione del fantasma paterno rivela ad Amleto ciò che probabilmente già sospetta: è il suo io proiettato che grida vendetta. Ma Amleto non ha nella sua natura barbari istinti delittuosi. E non è un uomo di azione, né possiede l'arte delle armi. Il suo dilemma è comprensibile a tutti noi. Vive in un tempo disonesto e in un luogo terribile: vale la pena viverci?
C'è un po' di Amleto in tutti noi.
Nella letteratura di tutti i tempi non c'è niente di paragonabile alle parole che Shakespeare affida al suo protagonista: prosa e poesia raggiungono, mano nella mano, picchi vertiginosi a servizio di quel “sublime capolavoro che è l'uomo” (Atto II, Scena II).

Trama - E' una fredda notte d'inverno a Elsinore. Dalla Norvegia si attende il figlio di Fortebraccio, intenzionato a riprendersi i feudi perduti.
Due sentinelle raccontano a Orazio di aver visto il fantasma del sovrano defunto aggirarsi per le torri.
Dalla morte del padre Amleto, principe di Danimarca, è tornato nel castello: lo zio Claudio, fratello del padre, ha sposato sua madre Gertrude ed è diventato re. Soffre per il matrimonio della madre, ma realizza che deve accettare lo stato delle cose per la stessa incolumità di Gertrude.
Avvertito da Orazio, incontra il fantasma del padre che gli svela di essere stato avvelenato da Claudio. Al figlio chiede vendetta. Amleto non sa cosa fare. Odia lo zio, ma ama sua madre. Inoltre, non è sicuro di potersi fidare di quell'apparizione. Cerca di guadagnare tempo, fingendosi matto. Comincia a diffidare di tutti. Pur amandola, ripudia Ofelia. Contemplerà anche il suicidio.
Infine, decide di appurare la verità tramite uno strategemma: chiama gli attori a corte per inscenare un dramma in cui la moglie del re sposa il fratello del defunto marito, nonchè suo assassino. Osservando le reazioni dello zio nell'assistere allo spettacolo teatrale, Amleto ha la conferma dei suoi sospetti.

Amleto, Atto Terzo, Scena Prima:

«Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci esitare. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.»

 
© Riproduzione riservata
Scritto da
Carla Paulazzo
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