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Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come TUTTI dal settantottesimo di una partita di calcio

19/11/2013 14:15
Francesco Piccolo Il desiderio di essere come TUTTI dal settantottesimo di una partita di calcio

"La grande scommessa di questo romanzo personale e politico, divertente, serissimo, provocatorio, è raccontare tutto ciò che concorre a fare di noi quello che siamo" (Francesco Piccolo)

Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo può essere letto come un romanzo di formazione. Ma anche come un racconto privato e pubblico, un'autobiografia o un saggio politico. È un “dentro” e un “fuori” - attraverso cui il protagonista mette in gioco la propria vita di uomo di sinistra.

Tutto comincia il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio: “Avevo dieci anni e una coscienza dei giocatori e delle squadre precoce e precisa. Erano i miei primi mondiali totalmente consapevoli e si svolgevano in Germania”.
Nell'album delle figurine spiccano i nomi famosi dei giocatori di calcio della Germania Ovest, quella Est quindi deve essere una sorta di formazione di riserve, la squadra B. Tuttavia, in quella occasione, Piccolo scopre l'esistenza di un'altra Germania che nessuno menziona mai.
In campo ci sono due squadre, una gioca in casa, l'altra no. L'allenatore e i giocatori in panchina della Germania Est indossano tute di fattura casalinga, semplici con la scritta enorme DDR: “C'era il fatto, insomma, che a me toccava fare il tifo per i più belli, i più ricchi, i più forti, quelli con le maglie e le tute migliori. E questa cosa, in fondo, mi metteva a disagio”. Il goal di Sparwasser, del tutto casuale, segna il vantaggio inaspettato della DDR e cambia il corso delle cose: Francesco Piccolo decide di stare dalla parte dei brutti e dei deboli. Decide di diventare comunista.

Una famiglia benestante e un padre contrariato: “Dirà: poi voglio vedere se viene veramente. Lo dirà già dal mattino, vedendomi uscire di casa per andare a scuola. Mi squadrerà dalla testa ai piedi con una faccia schifata e poi dirà anche: mi sembri il figlio di un poveraccio, come ti sei vestito, da comunista?”
La contraddizione è quella di fare il comunista con la macchina di papà, con i soldi di papà: “E poi, poiché sosterrà che non si capisce bene cosa sia 'sto comunismo, lo chiederà a me con aria minacciosa, perchè dirà non solo che faccio il comunista, ma che lo faccio tanto. Tu che fai tanto il comunista, spiegami che significa. E poi si girerà verso mia madre e il suo pubblico ipotetico e dirà alzando ancora di più la voce e agitando le braccia: e certo, fa il comunista con il piatto a tavola, con la madre che gli lava i panni, e il bollo della macchina chi te lo paga papà? Perchè non te lo fai pagare da Berlinguer il bollo della macchina, eh? Vai da Berlinguer, dici che sei comunista e chiedi se ti paga il bollo della macchina”.

Un articolo di giornale può scatenare il panico da colera o da terremoto: il compromesso storico nasce nei giorni del colera e muore in quelli del terremoto, due eventi vicini e sfiorati: “Stavo in mezzo, ero il compromesso tra queste due faccende della vita. Ero il compromesso tra il coinvolgimento totale e l'estraneità. Era, insomma, il mio sguardo sul mondo, che non sarebbe più cambiato”.

La fontana di Diana e Atteone della Reggia di Caserta ospita le acque della Grande Cascata - la famiglia Piccolo vive nei pressi. Il mito racconta che nel bosco di Gargafia, la dea della caccia trova riposo. Affida armi e vesti alle ninfee per immergersi nella sorgente. Durante una battuta di caccia, Atteone osa sorprendere la dea nuda che lo tramuta in cervo: la colpa non è quella di essere testimone, ma quella di poter divulgare il fatto.

Una lettera privata di Moro a Cossiga diventa pubblica deviando il corso della storia: “Con la diffusione pubblica della prima lettera a Cossiga, termina la speranza concreta, finora quasi (quasi) scontata, che Moro possa essere salvato. Termina la possibilità, anche, che Moro possa essere salvato dai suoi colleghi o amici del partito”.
Fine del compromesso storico: “di una storia diversa del Partito comunista italiano e della concreta e potente strategia politica del suo segretario. Molti anni dopo, il Partito comunista cambierà nome. E sembrerà un passaggio decisivo. Non lo è stato, perchè il cambiamento più profondo, il punto in cui non si è potuto più ricominciare, è questo”.

Nell'agosto dell'83 si avvia l'era di Craxi. L'11 maggio del 1984 al palazzetto dello sport di Verona , ospite del congresso socialista, Berlinguer viene fischiato, “hanno cominciato a scandire «scee-moo», «scee-moo», mentre braccia si levavano per mostrare garofani rossi e il segno delle corna”. Piccolo ricorda che in quel momento, in quel palazzetto, “io sono diventato Enrico Berlinguer. È stato il momento esatto in cui il mio sentimento pubblico e il mio sentimento privato, che in quei mesi di scontro avevano aderito ogni giorno, sono balzati via da me per infilarsi dentro lo sguardo perduto del segretario del mio partito“.
Il 7 giugno Berlinguer si sente male durante un comizio elettorale a Padova. Il giorno dopo entra in coma.
L'11 giugno, un mese dopo Verona, Enrico Berlinguer muore: “TUTTI è l'enorme titolo rosso che l'Unità dedica ai funerali in piazza San Giovanni; parla di una folla immensa, forse due milioni. È l'amore per Berlinguer a essere immenso, quel tipo di amore che ho provato io quando ho voluto essere lui per accompagnarlo e proteggerlo al congresso socialista di Verona”.
Durante quel giorno, quando Berlinguer non è ancora morto, l'Unità pubblica a grandi caratteri TI VOGLIAMO BENE ENRICO. L'editoriale di Natalia Ginzburg, intitolato L'uomo che conosciamo, parla di un uomo pubblico che è entrato nelle nostre case, «Da quando Berlinguer lotta con la morte in una stanza di ospedale a Padova, milioni di persone in Italia pensano a lui con speranze e lagrime, non come si pensa a un personaggio politico o pubblico ma come si pensa a un essere che fa parte della nostra vita privata, un familiare o un amico la cui perdita sarebbe incolmabile».
Al funerale di Berlinguer ci sono “TUTTI, TUTTO IL PAESE: in piazza come in casa”: un Paese che ora si tenta di dividere, ma che diviso non lo è e non lo sarà.
La sinistra si prenderà carico delle cose importanti, in nome della purezza e dell'integrità morale. Escluderà la superficialità dalla lista delle cose buone e nobili, un tipo di felicità più sciocca che tuttavia fa parte della vita. Sedotta dall'attrazione della sconfitta comincia a tenersi fuori dalla storia, a declinare ogni responsabilità.

Tuttavia, considera l'autore: “Gli uomini primitivi, quando arrivava la luce del giorno, uscivano dalle caverne e rischiavano la vita contro animali ferocissimi, per procurarsi cibo. Ma si è scoperto che uscivano dalla caverne e rischiavano la vita anche per procurarsi coralli per fare le collane. Rischiavano allo stesso modo, sia per la sopravvivenza sia per la vanità. La superficialità ha diritto di esistere, quanto la profondità. La vita politica, la vita contemplativa e la vita dedita ai piaceri sono sempre esistite contemporaneamente, e la capacità di farle convivere è il compito di ogni individuo e di ogni comunità”.
Piccolo sposerà Chesaramai, “la sdrammatizzatrice dell'umanità” che ai drammi privati e pubblici oppone un sano buonsenso di sopravvivenza, la necessità di vedere il bicchiere mezzo pieno. L'antidoto per vivere una vita decente.

 
© Riproduzione riservata
Scritto da
Carla Paulazzo
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