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Walter Bonatti, Il fratello che non sapevo di avere di Reinhold Messner con Sandro Filippini

24/10/2013 14:00
Walter Bonatti Il fratello che non sapevo di avere di Reinhold Messner con Sandro Filippini

Tra me e la montagna penso ci sia un dialogo assolutamente intimo e una lotta meravigliosa perchè alle volte può essere piacevole e alle volte terribile. Comunque in fondo a tutto non ci sono né vincitori, né vinti. (Walter Bonatti)

Reinhold Messner, in collaborazione con il giornalista della Gazzetta dello Sport Sandro Filippini, rende omaggio a Walter Bonatti, Il fratello che non sapevo di avere (Mondadori Electa). Un memoir, in cui l'autore altoatesino ricostruisce la geografia del loro rapporto: “Ci sono tutti i momenti che abbiamo avuto la fortuna di condividere, perchè abbiamo davvero rischiato di non incontrarci mai. E oggi so quanto mi sarebbe mancato quel fratello che non sapevo di avere”.

Alla voce di Messner fanno eco il racconto di alcune tappe significative della biografia di Bonatti, curata da Filippini, e la cronaca della notte sul K2: “Quante volte in quella interminabile notte fra il 30 e il 31 luglio 1954 Bonatti avrà ripensato a quanto si erano detti nella tenda al campo VIII? Quante volte si sarà chiesto perchè Compagnoni e Lacedelli non solo non si erano fermati a quota 7900, ma si erano anche spostati rispetto alla via di salita? Sì, c'è quel tremendo, enorme seracco. Sopra il Collo di bottiglia. È logico cercare di non restare sotto una tale minaccia. Tutte le scariche dalla cupola terminale passano inevitabilmente da lì. E il ripido pendio in caso di nevicate è facilmente soggetto a slavine (…) Sul K2 però l'alternativa c'è. Compagnoni e Lacedelli infatti dalla Spalla si sono tenuti a destra, sul filo del versante est. Come ha fatto Fritz Wiessner con lo sherpa Pasang Dawa Lama nel 1939. E poi hanno attraversato, allontanandosi subito dal canalone del Collo di bottiglia”.
Invece, Bonatti e l'hunza Mahdi, sopraggiunta l'oscurità, saranno costretti a un bivacco surreale.

Il K2, la montagna conquistata dagli italiani. Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sono saliti in vetta: insieme ai propri compagni di spedizione - Mario Puchoz ha perso la vita lassù - sono accolti in patria come eroi, quei ragazzi sono motivo di orgoglio nazionale, rappresentano la voglia di rinascita di un Paese segnato dalla Guerra. Il caso scoppia - clamorosamente - dieci anni dopo, grazie a due articoli (26 luglio e 1 agosto 1964) di Nino Giglio, pubblicati sulla Nuova Gazzetta del Popolo. Bonatti è accusato di non avere cercato la tenda al campo IX, di aver usato l'ossigeno per almeno un'ora (impossibile senza le maschere) - ossigeno che si sarebbe esaurito a 200 metri di dislivello dalla vetta mettendo a rischio il successo della spedizione – e di aver abbandonato il suo compagno Mahdi.
Bonatti sarà costretto a tornare a quella notte per tutta la sua vita pubblicando anche tre esaustivi libri sul caso. Tuttavia, le polemiche si trascinano per un trentennio. Fino al 1994, con il resoconto di Robert Marshall che costringe il Cai ad ammettere che qualcosa nella vicenda non torna.

Messner ricorda: “Il resto del mondo era incredulo. Tutti avevano capito la verità, perfino dei non alpinisti, come appunto l'australiano Robert Marshall. Nessuno riusciva a credere che in Italia fosse ancora considerata vera una storia in tutta evidenza falsa, inventata. Marshall, che s'è appassionato alla vicenda senza neppure conoscere Bonatti, ha scritto un libro, K2. Tradimenti e bugie, portando importanti prove a sostegno del fatto che le affermazioni di Compagnoni, in particolare per quel che riguarda le bombole e il consumo di ossigeno, erano incompatibili con i dati oggettivi”. Ricerche d'archivio sull'annuario svizzero Berge der Welt del 1955 portano alla luce fotografie inedite in Italia in cui "si vede bene Compagnoni con la maschera sul viso e il tubo del respiratore attaccato alle bombole, posate sulla neve della vetta. In un'altra si vede la barba di Lacedelli coperta di brina, segno che si è appena tolto la maschera”.
Un'odissea che "per il mio coraggioso amico, scolpito nella roccia della coerenza, durerà più di cinquant'anni”. La verità è inconfutabile: “La lucidità di Bonatti in quella notte è impressionante. È solo grazie a essa che lui e Mahdi sono sopravvissuti. Devi essere davvero forte per restare una notte intera in quella situazione e non dire: io salto giù. Basterebbe lasciarsi andare.
Walter ha 24 anni. Appena compiuti. Ma resiste tutte quelle ore in bilico sull'abisso. Impressionante. D'altra parte è una sua caratteristica quella di sorpendere con la sua straordinaria capacità di essere, ovunque, il migliore. Fin dall'esordio”.

Bonatti compie la sua prima scalata nel 1948 sul Campaniletto, in Grigna: ha trascorso l'infanzia avventurandosi nel paesaggio del Po. Gli piace leggere. Durante l'adolescenza è un ginnasta delle Forti e Liberi di Monza. Sulle orme del leggendario Riccardo Cassin, a 19 anni ha già salito tutte le vie più difficili su granito, percorse dai grandi tra le due guerre.
Quando comincia l'epoca delle dirette e direttissime, gli alpinisti si affidano alla scalata artificiale: “I più forti, dopo aver cominciato con l'alpinismo classico, si spingono verso quello tecnologico consentito dai nuovi attrezzi, cercando appunto vie sempre più forzate, realizzabili grazie alla progressione in artificiale. Bonatti invece dal 1952 in poi fa il contrario, togliendo sempre di più. Puntando su un alpinismo di rinuncia. Alla fine quasi ascetico. In ogni caso, evita di aggiornare i mezzi tecnici a disposizione. Una scelta precisa e meditata. Che lo porterà anche alle sue famose solitarie”.
Lui che solitario non è.

Molte le imprese storiche, come quella del Pilastro sud-ovest del Petit Dru, 6 giorni di salita in solitaria: “Il Pilastro del Dru è la salita più importante di Bonatti, un atto artistico, sugli 800 metri di una delle pareti più belle e terrificanti delle Alpi dal punto di vista estetico. Un enorme dente di granito. E Bonatti lo affronta da solo per superare la delusione del K2. Fa il capolavoro dell'ultimo secolo. Con sé ha 79 chiodi, 2 martelli, 15 moschettoni, due corde di 40 metri, 12 cordini, 6 cunei di legno, una piccozza, tre staffe, una torcia elettrica, un fornelletto ad alcol, un sacco da bivacco e viveri per cinque giorni. Sul Dru Bonatti fa l'impossibile, supera ogni frontiera del rischio perchè mette in gioco la vita per dimostrare a se stesso di essere davvero vivo. Dopo quella salita è chiaramente il numero uno al mondo. Il suo scritto sulla scalata è uno dei pezzi più belli della letteratura di alpinismo”.
In Francia, il Pilastro è ribattezzato il Pilier Bonatti e Messner considera: “E' simbolico il fatto che la parete che probabilmente è stata oggetto della sua più grande impresa alpinistica oggi non ci sia più. Il Pilastro Bonatti è crollato, quasi una sorta di omaggio a una scalata irripetibile. Nel 1997 il primo crollo; il 29 giugno 2005 quello definitivo, che cancella completamente la via Bonatti e il Pilastro stesso. Perfino nel settembre 2011, mentre Walter muore, avviene una frana”.

Nel centenario dalla prima scalata, Bonatti compie la sua ultima, celebrata impresa sul Cervino, realizzata in 5 giorni e 4 bivacchi. Poi, si ritira dall'alpinismo. Ha 35 anni.
“Ci pensa e ne parla già da almeno due anni. È infatti convinto di aver raggiunto il massimo. Di non potere più fare qualcosa di nuovo e di meglio. E ovviamente non intende scendere a compromessi con la scalata artificiale. Dopo l'exploit della nuova via diretta, in solitaria e in invernale sulla Nord del Cervino, che corona la sua meravigliosa carriera, ripete questo concetto, che aveva già espresso dopo la prima invernale dello Sperone Walker delle Grandes Jorasses, del 1963. Anche quella una grande impresa, in cordata con Cosimo Zappelli, che ha avuto un'eco vastissima. Sulle Alpi si andavano esaurendo le possibilità”.
Comincia il sodalizio con il settimanale Epoca: “15 anni di viaggi e grandi reportage fotogiornalistici per Bonatti, che trascorreva da 4 a 6 mesi – il periodo più lungo, quello del viaggio in Indonesia – in giro per il mondo a dare materia ai sogni e agli studi fatti a casa. Spinto da un grande interesse per la natura umana e capace di descrivere magistralmente che cosa succedeva in quell'incontro fra uomo e natura”.

Molte sono le tappe dedicate a cui Messner e Filippini giungono ricordando Walter Bonatti: dall'incontro con la splendida Rossana Podestà, compagna di una vita, alla parola del filosofo di tanti capolavori letterari; dalla dedica ne I giorni grandi (1971), in cui Bonatti riconosce in Reinhold Messner la “giovane e ultima speranza del grande alpinismo tradizionale”, alla grazia di una reliquia speciale esposta al museo di Messner a Castel Firmiano, il sacco da bivacco di Bonatti sulla scalata in solitaria del Petit Dru - “per me questo pezzo di semplice tela rappresenta la paura, la speranza, tutte le emozioni che sono state vissute da un uomo unico”: Walter Bonatti, signore delle cime.

 
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Scritto da
Carla Paulazzo
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