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A Conversazione Con Sidney Lumet

10/11/2009 23:00
A Conversazione Con Sidney Lumet

Quest'anno il premio della Fondazione Fellini va a Sidney Lumet.
Il convegno "La sceneggiatura all'italiana: Fellini, Pinelli e gli altri", in omaggio a Tullio Kezich, si e' svolto il 6 e 7 novembre scorso a Rimini.
Dopo Martin Scorsese, Roman Polanski, Gianni Amelio, Ermanno Olmi e Manoel De Oliveira, il presidente Pupi Avati consegna il premio al cineasta americano, Oscar alla carriera nel 2005.
La conferenza stampa nella sala della Cineteca Comunale ha i toni di una conversazione affabile e gioviale, divertente e divertita: in pillole, quattro chiacchiere d'eccellenza in compagnia di questo straordinario regista.

Confessa Lumet: "E' un periodo difficile per i film europei in America, sono pochi i film europei ed asiatici rispetto ad un tempo. Nel '49 a Times Square c'era una sala, "The World" in cui si proiettavano solo film italiani... c'erano sale in cui si proiettavano anche film francesi, russi... ora non piu'. E' stato tutto sorpassato dai valori del nostro tempo, i prezzi immobiliari sono alle stelle, non ci si mantiene con la vendita dei biglietti, ora ci sono le multisale. E' tanto tempo che non vedo un film italiano."

A quale film sta lavorando ora?
Ah, sono molto superstizioso a riguardo... anche per quanto riguarda il giorno delle riprese. Non ne voglio parlare prima.

Di quale film e' piu' orgoglioso?
E' impossibile dire di quale film io sia più orgoglioso, è come quando qualcuno ci chiede di quali dei nostri figli siamo più orgogliosi. E' molto difficile.
Il vero problema e la vera difficoltà è che quando si giunge a dire: "Mi piace questo" tutti gli altri diventano orfani. Come succede a gran parte dei registi, i film che ci piacciono di più, quelli verso cui abbiamo più affetto sono quelli che hanno avuto meno successo. E' come amare il figlio più brutto.

Quali sono le affinita' con Fellini? E quali sono, secondo lei, i punti di interesse oggi nel cinema di Fellini?
Mi piacerebbe avere qualcosa in comune con lui. Il suo genio particolare stava proprio nell'umanita' e nel suo senso dell'umorismo. I miei film sono cosi' pesanti, drammatici, difficili, quelli di Fellini a confronto sembrano saltare gioiosi sulla spiaggia. In questo modo raggiunge la profondita' e una maggiore definizione dell'essere umano di quanto abbia fatto io nei miei film. Ne "La Nave Va" l'ultima scena raggiunge un apice che non ha corrispondenza in nessun'altra cinematografia del mondo: c'e' prima quel primo piano poi la macchina da presa si allontana fino a mostrare la totale falsita' del mondo cinematografico. Si scopre quello che c'e' dietro che e' tutto finto ma allo stesso tempo vero. Non si sa se piangere o ridere.

Qual'e' il suo rapporto con il teatro del '900?
Ho iniziato come attore di teatro, ma non ero esattamente una gran bellezza... Il rapporto con chi scrive per il teatro e' diverso da chi scrive per il cinema. Ricordo che ogni volta che mi mandavano una sceneggiatura, mi dicevano "se non le piace, fa lo stesso, la mando a qualcun altro." Ma allora perche' mandarla a me?
Per me lo scrittore e' sacro. Faccio sempre due settimane di prove con gli attori prima di cominciare le riprese, e c'e' un grande tabu' che infrango: lo scrittore e' presente durante le riprese dei miei film. Oggi le cose stanno un po' cambiando, ma lo scrittore rimane la figura meno rispettata tra tutti.

Un paragone tra "Quinto Potere" e "Ginger & Fred": secondo lei, la tv ha oggi lo stesso potere sui cittadini?
La tv ci rende soli davanti lo schermo, piu' la si guarda e piu' ci si isola dagli altri: e' la cosa piu' terrificante. Magari, grazie alla tv, abbiamo piu' informazioni ma meno conoscenza. Questo isolamento e' il problema piu' grande di oggi a cui ha contribuito la televisione.

Lei ci ha mostrato tante Americhe, tante facce problematiche dell'America. In Barack Obama, vede una nuova era?
E' una domanda difficile. Chiaramente Obama e' una persona splendida ma non possiamo sperare nella politica. Tutto e' contro di lui, anche il suo stesso partito. Non so se sara' capace di affrontare tutto questo. Forse. Sara' anche una grande persona ma chi manipola puo' fare di piu'. Vedremo.

Cosa pensa di Polanski?
Non vorrei parlare del caso di Roman. E' un magnifico regista ma preferisco non parlarne. Sarebbe solo gossip.

Gli psicoanalisti definiscono il transfer come un trasloco di problematiche e sentimenti da una condizione antica a una situazione presente in atto. Ne "La parola ai giurati", il giurato ad un certo e' portatore del dramma personale del figlio (...) La cultura e la consapevolezza psicoanalitica era presente nel personaggio?
Tutto e' influenzato dalla struttura "interiore". Sono stato in psicoanalisi e ci credo. E' un modo di trovare se stessi. Tutto cio' che siamo, i nostri gusti, le nostre preferenze, le scelte che facciamo nascono dalla nostra struttura interiore.

In che modo il cinema influenza un giovane?
I film hanno un'influenza estrema sui giovani che dura...un giorno!! E scompare come tutte le passioni che durano...un giorno!! (risate divertite, ndr) Sono serio!

Qual'e' la relazione con gli attori, quanta liberta' e' prevista sul set?
La liberta' di un attore sul set e' una liberta' vigilata. Il fatto e' che puoi improvvisare un film intero, e' come andare a Times Square e osservare due auto: forse potrebbero andare a sbattere...potrebbero scontrarsi...uno potrebbe sorpassare l'altra...forse... Tutto questo va bene per un documentario, non per la costruzione di una dramma, di una commedia in cui ci deve essere un'idea di base. Lo imparai durante "The Prince of the City": non capivo cosa volessi dal protagonista, non sto parlando della conclusione, del finale. Durante le riprese di un film c'e' molto da scoprire, ci si domanda perche' lo si sta facendo ma e' un processo di domande e dubbi con limiti precisi. Con ogni film e' diverso ma e' sempre la stessa cosa. Con ogni attore e' diverso ma e' sempre la stessa cosa. Gli attori, da una parte, ti chiedono di gestire la loro unicita', dall'altra di conformarli al progetto...dovrei scrivere un libro per esaurire l'argomento!

Tecnica, brillantezza del linguaggio o contenuti politicamente corretti?
Il linguaggio, per me, diversamente da molti registi, e' critico, forse dipende dalla mia esperienza teatrale. Penso che ogni film sia politico. Se si parla di comportamento umano si commenta di politica. Cio' che non mi entusiasma e' la dichiarazione politica, il messaggio deve trasparire dai personaggi proprio come nella vita reale.

Quale film di Fellini le sarebbe piaciuto girare?
"Tutti. Amo "Amarcord", piu' passa il tempo e piu' lo amo. "8 ½" invece non e' quel gigante che fu...ma qui la differenza e' tra qualcosa di grande e la magnificenza...Amo "Satyricon". Amo "Roma"."

Come gestisce le esigenze dei produttori con i costi?
E' sempre impossibile farlo...vigliaccheria, ignoranza, ci si scherza sempre su' nell'ambiente. Io sono diverso, sono sempre grato a chiunque mi dia dei soldi per fare un film. Ricordo a New York un distributore di film italiani, Joseph Burstin...quando usci' il 3D con gli occhialini e tutto, compro' un'intera pagina sul "New York Times" che diceva: "Volete vedere un bel film o avere un leone sulle ginocchia?"
Ne ho incontrati alcuni che non erano malvagi, bisogna essere fortunati, non c'e' una formula. L'importante e' avere per contratto il cut finale. Sono un fan del digitale...siamo ancora agli albori, ma rende il cinema piu' facile e piu' accessibile ai piu'...si puo' girare con 2 o piu' camere contemporaneamente, non si passa piu' attraverso 2 energie diverse come una volta.

Che consiglio darebbe a un regista italiano?
E' una domanda agonizzante, non conosco la situazione italiana rispetto a quella americana. Negli Stati Uniti tanti registi hanno cominciato grazie alla tv, e' cosi' che e' iniziata anche la carriera di Spielberg. Ma sono sicuro che molti talenti sono stati anche distrutti dalla tv: non e' un buon posto per sviluppare idee, tutto ruota troppo intorno al sentimentale, anche il dramma e' piccolo. Gli Stati Uniti hanno di positivo la quantita', non la qualita'. E' una domanda difficile.

Come ricorda Anna Magnani?
Anna e Marlon Brando erano due caratteri difficili...fu una grandissima gioia lavorarci, insieme anche a Joanne Woodward (in "Pelle di Serpente", 1959). Non andarono d'accordo ma sullo schermo conta il risultato. "The Fugitive Kind" (titolo originale, ndr) era un film tratto dai primi drammi di Tennesse, preferisco i suoi primi lavori che opere piu' complesse e complete di altri drammaturghi. Ebbi l'impressione che Anna trovasse difficile lavorare in inglese, e soprattutto, lavorare su quello strato piu' profondo del linguaggio, ne sentiva tutta la responsabilita', era amica di Tennesse. Sapeva anche che di li' a poco Marlon sarebbe diventato una stella. Ebbe vita dura sul set ma spero che si sia comunque divertita. Era una signora forte.

Marlon Brando, Henry Fonda: una generazione ormai sparita. Sente degli obblighi verso quel cinema da cui proviene? Oggi si puo' dire che e' tutto fantasy.
Non sono sicuro che abbia ragione, ci sono molti drammi politici oggi negli Stati Uniti come i film di George Clooney, quelli di Matt Damon che recentemente ha fatto un film politico molto bello... Credo che i giovani registi americani abbiano un grande coraggio e senso della morale, fanno film commerciali per fare quelli che loro amano. E' una domanda interessante. Non sono mai stato in contatto con gli attori con cui lavoravo. Penso abbia a che fare con il fatto che quando ci si espone tanto con gli attori, come succede in un set, e' come un incendio che brucia troppo in fretta. Dopo, c'e' bisogno di distanza. Non e' un legame stretto ma un senz'altro un legame che rimane tutta la vita. Ricordo un evento di beneficienza alla Radio City Music Hall, una cosa enorme, con tanta gente quando ad un certo punto intravvidi Katharine Hepburn avvicinarsi e domandarmi una cosa che si riferiva all'ultimo nostro incontro...dieci anni prima!

 Gli viene chiesto se e' un'amante degli asparagi, Sidney divertito corregge: "Spaghetti!"

 

 

 

 

 
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Scritto da
Carla Paulazzo
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