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Festival di Roma. Intervista a Francesco Castellani, regista del film Black Star

18/11/2012 08:00
Festival di Roma. Intervista Francesco Castellani regista del film Black Star

Francesco Castellani regista del film Black Stars. Mauxa lo ha intervistato in occasione della presentazione al Festival Internazionale del Film di Roma

Mauxa ha intervistato Francesco Castellani regista del film Black Stars">Black Stars presentato ieri al Festival del Film di Roma. La trama del film s’incentra su quattro amici che gestiscono una squadra di calcio di rifugiati politici con l’obiettivo di farla partecipare al campionato cittadino: ottengono la gestione di un campo di calcio abbandonato ma devono affrontare l’opposizione di alcuni abitanti che sono riusciti ad ottenere un’ordinanza di sgombero. Così i ragazzi della squadra si barricano nel campo, fino all’epilogo durante la notte di San Lorenzo.

Tu provieni da un’esperienza documentaristica, tra cui l’episodio Terni nel film collettivo dal titolo Frammenti di un discorso democratico, e Locating Little Wing (2006) premiato all’Ischia Film Festival. Come è stato passare al racconto di finzione?
È stato un passaggio a lungo desiderato e meditato, che era da sempre nelle mie aspettative professionali e al quale sono arrivato davvero gradualmente, passando attraverso appunto una lunga attività nel documentario, esperienze pubblicitarie, molto reportage sociale in Italia e all'estero. Certamente è un'esperienza che ti porta a ripensare il tuo linguaggio espressivo, e nella quale in un certo senso c'è minore libertà di improvvisazione e di "fuga" dalla sceneggiatura, ma tutto è compensato dalla possibilità di estrarre dalle persone, dai gesti, dalle atmosfere una verità profondamente personale.

Hai affrontato il tema dell’immigrazione in una prospettiva diversa, mostrando degli immigrati quasi idealisti e degli italiani materialisti. Come mai?
È fuorviante definire in categorie i due gruppi che nella storia si scontrano: non si tratta  tanto di un conflitto tra ideali e materialità, quanto di una guerra tra poveri che vivono disagi simili ma non lo sanno e arriveranno a scoprirlo. Gli abitanti del quartiere che fondano un comitato e si oppongono alla presenza della squadra di rifugiati credono di aver trovato in quel bersaglio un obiettivo concreto della loro frustrazione sociale, ma si tratta di un bersaglio sbagliato; forse tu hai percepito una certa dose di idealismo nei rifugiati perchè sono parte di un progetto di vita che è quello dei quattro amici italiani che hanno fondato la squadra e la gestiscono. La novità della rappresentazione sociale per me sta proprio in questo: quattro trentenni italiani credono in un progetto che non è solo di solidarietà ma è anche di prospettiva economica per tutti: una sorta di impresa sociale che può dare un futuro di vita a loro e ai ragazzi.

Il film alterna toni drammatici ad altri comici: come mai hai usato questa commistione di stili?
Per me e David Turchi - che con me ha scritto il film - la scelta di dare alla vicenda dei toni in bilico tra commedia e dramma è stata da sempre molto chiara: intanto per il legame culturale con la tradizione del nostro cinema migliore, che non ha mai rinunciato nell'indagine sociale alla commedia; con l'ambizione di fondo per noi però di evitare il grottesco e puntare sull'ironia. Il film mescola momenti appunto ironici di disvelamento dell’inconsistenza ideologica di questa contrapposizione "razziale" a fasi drammatiche con un epilogo che deve qualcosa al surreale e alla favola, in una combinazione, spero riuscita, di elementi diversi.

Liberi Nantes Football Club è documentario da te diretto sul campionato di calcio di terza categoria disputato a Roma nella stagione 2008/2009 dalla squadra appunto dei Liberi Nantes che ha isprato il tuo film, e che è la prima squadra interamente composta da rifugiati politici e richiedenti asilo. Cosa è rimasto del documentario nel film?
Più che dal punto di vista narrativo direi che molto è rimasto della enorme quantità di suggestioni che avevo accumulato condividendo con i ragazzi la stagione calcistica; sono rimaste cose magari impalpabili ma per me sostanziali; certi stati d'animo, la passione per il calcio come reale possibilità di condivisione e incontro, il coraggio dei soci italiani che fanno vivere la squadra, l'ostinazione di tutti i ragazzi nel pensare comunque ad una nuova vita quando niente ti autorizza a crederci, le atmosfere del quartiere, i suoni della partita e dello spogliatoio, il senso forte di appartenenza comune ad una maglia e a una bandiera.

Accanto ad attori professionisti ci sono ragazzi di colore che sembra non recitino, ma che vivano la scena. Come è stato dirigerli sul set?
Sugli attori vorrei dire tante cose, perchè sono stato molto fortunato sia nella scelta dei professionisti che nel lavoro con i ragazzi stranieri alla prima esperienza: con questi ultimi, ci ha aiutato molto l'amicizia, la loro fiducia nell'importanza di raccontare in qualche modo la loro storia, e la convivenza nel campo di calcio a Pietralata, che è stato una sorta di fortino/rifugio per la nostra tribù per tutto il tempo delle riprese. Per quanto riguarda gli attori professionisti emersi dal casting, sono molto fiero della scelta che anche concettualmenete abbiamo fatto con i produttori: una vera produzione indipendente deve cercare volti nuovi e dare spazio a chi ancora non è arrivato diciamo così, alla ribalta consolidata; per questo abbiamo attinto al grande bacino di giovani talenti già strutturati nel teatro che poco ancora avevano potuto esprimere nel cinema. Il risultato ci rende orgogliosi, credo che di molti dei nostri protagonisti sentiremo parlare in futuro.

Com’è oggi realizzare un film in Italia, in un periodo in cui da diversi mesi non compare un film nella top 10 della classifica per più di una settimana?
Siamo sicuramente nella fase più critica che il cinema italiano possa ricordare nella sua lunga vita; le ragioni sono molteplici ed evidenti e solo delle politiche strutturate ed ambiziose con scelte radicali e anche traumatiche nel breve periodo possono provare a ricomporre un quadro sostanzialmente devastato. Fare un film in questo contesto rischia spesso di essere un atto fine a sé stesso, autoreferenziale; va ricostruita una intera filiera industriale, ripensata la formazione professionale e va fatto un investimento nazionale sulla nostra potenzialità produttiva non solo cinematografica ma televisiva, che deve darsi un respiro più internazionale e puntare ai mercati esteri; dobbiamo produrre per risorgere, e produrre in una logica appunto di investimenti su idee nuove e coraggiose, rompere le ingessature espressive e le auto-censure creative che sono tipiche delle fasi di crisi, pretendere che il denaro pubblico investito ad esempio dia dei risultati concreti.

 
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