Cultura - Cinema
OSCAR 2010. KATHRYN BIGELOW, CHI È LA PRIMA REGINA DELLA STORIA DEL CINEMA?
Scritto da Giovanni Menicocci, Lunedì 08 Marzo 2010 19:19
kathryn-bigelow-the-hurt-locketChi è Kathryn Bigelow che dal subisso dei kolossal hollywoddiani ha scalato la vetta degli Oscar vincendone 6? Con un semplice film costato 10 milioni di dollari e che ne ha incassati 15, ha svettato sull'olimpico Avatar che ha incassato 2 miliardi e mezzo. Ed è la prima donna nella storia del cinema ad aver vinto un Oscar come miglior film e miglior regia.

 

A parte il fatto che la Bigelow è ex-moglie di Cameron, sembra che le statuette servano a soprammobili nella loro abitazione. Ma per quanto è pomposo e barocco il cinema del marito, altrettanto mascolino è quello della Bigelow.

 

Kathryn Bigelow comincia la sue carriera nel  1981 con The Loveless (id.), vicenda di una banda di motociclisti che si ferma in una cittadina americana del Sud, dove il loro padrone fa sesso con una sedicenne del posto il cui padre si vendica. A soli 30 anni la regista trae ispirazione dalle visioni pittoriche di Edward Hopper per rendere plastico il territorio. Già da qui il suo tocco è estremo, senza compiacimenti romantici né vezzi femminili.

 

Nel 1987 è la volta di l buio s'avvicina (Near Dark), prima immersione della regista nel territorio del genere horror: qui un giovane cow-boy è contagiato dal morso di una succhiatrice di sangue e si segregherà a una famiglia di vampiri che agogna fresco liquido rosso. Come conciliare il precedente film con questo? Semplicemente attraverso il vigore dionisiaco che pervade i protagonisti, trait d'union della filmografia bigelowiana.

 

Siamo nel 1990 e la regista mescola il melò con il thriller:  Blue Steel - Bersaglio mortale (Blue Steel) è la vicenda di una giovane appena diplomata alla Police Academy di New York che inconsapevole si trova immischiata in un rapporto sentimentale con un assassino periodico. Si può essere amanti del diverso? La risposta della Bigelow è sì: solo elementi semanticamente opposti ci attraggono, e la trama risente di questo duopolio esistenziale. Niente chiaroscuri nei film della Bigelow.

 

Il chiasmo dei significati torna poi vigoroso in Point Break - Punto di rottura (Point Break, 1991) con Patrick Swayze e Keanu Reeves: un quartetto di rapinatori si nascondono dietro le maschere di presidenti degli USA per assaltare banche e col bottino pagano pericolosi giochi acquatici e paracadutistici. Johnny Utah, un agente FBI s'infiltra nella comunità di surfisti da loro frequentata per identificarli. Nella tana del lupo, ecco di nuovo cosa accade ai personaggi della Bigelow, estraniati sempre più dal mondo con passioni inusitate e modalità stravaganti (l'immagine dei 4 rapinatori nascosti dalla maschere di presidenti è ormai un brand della regista).

La Bigelow fa roteare la cinepresa come i personaggi nell'aria. s'immedesima in loro e brama il loro anarchismo.

 

Lei non cresce neanche nel 1995 dove con Strange Days (id.) dove al 30 e il 31 dicembre 1999 si adotta lo Squid come droga, CD che attraverso una cuffia fa rivivere in maniera panica un'esperienza già vissuta da un altro. Illegale, lo Squid è spacciato da Lenny Nero, un ex poliziotto che ha trovato le prove dell'omicidio di un celebre cantante nero da parte di due poliziotti bianchi. caotico come gli anni '90, è stato prodotto dallo stesso Cameron. Caotico come gli anni della Bigelow, che per sei anni resterà in silenzio.

 

La maturità arriva con Il mistero dell'acqua (The Weight of Water, 2001), dove Sean Penn è un poeta in crisi coniugale e creativa che va con la moglie fotografa Jean sull'isola di Smuttynose, per realizzare un servizio sul misterioso caso di un duplice omicidio avvenuto nel 1873 e punito con la condanna a morte di un uomocarobelli hurt locker forse innocente. Li conduce in barca il fratello del poeta e la fidanzata Adaline (Elisabeth Hurley): il contatto con l'acqua e con lo spirito liquido dell'uomo li conduce ad un inasprimento delle tensioni sentimentali delle rispettive coppie, con la rievocazione sincronica della sanguinosa vicenda del 1873. per la prima volta l'onirismo della Bigelow assume il suo strato basico, senza orpelli narrativi ma condotto con la sola forza delle sensazioni e degli sguardi. Una rivoluzione a cui la regista non era predestinata, ma che sancisce la sua crescita poetica. Gesti ambigui, tramonti che trascolorano, tempi mai esistiti, un lavoro descrittivo inusuale per chi proviene dal caos di Point Breack.

 

Poi K-19 (K-19: The Widowmaker, 2002) con Harrison Ford e Liam Neeson. Nel periodo della guerra fredda, per ribattere all'americano Polaris i generali sovietici varano in fretta il sottomarino nucleare K-19, facendo retrocedere il comandante Polenin a secondo dello spavaldo Vostrikov. Le tensioni tra i due aumentano, fino a quando un guasto al reattore nucleare amplifica il conflitto. Un film storico, cui si aggiunge il recente The Hurt Locker vincitore dell'Oscar.

 

Il film racconta di una squadra di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense in missione in Iraq. Specializzata nel neutralizzare ogni tipo di ordigno esplosivo, penetra in una delle città irachene colpite dalla guerra. Legati dal cameratismo dei soldati in battaglia, a pochi giorni dal congedo due di loro salvano un terzo, rapito e stordito dagli iracheni. Nel salvataggio l'amico è ferito per errore. Dopo il ritorno a casa il soldato, pur ritrovando la moglie e il figlio di pochi mesi si asseconda dall'essere "drogato" dalla guerra. Lui ama solo la battaglia, si rende conto di non essere adatto alla vita civile.

 

"Action al femminile. Una contraddizione in termini per tutti, tranne che per Roger Corman, Gale Anne Hurd e Kathryn Bigelow. Cineasta anomala e dall'approccio filosofico inconfondibile, Kathryn Bigelow costituisce una clamorosa eccezione al sistema dei generi e alla generale tendenza autoreferenziale del cinema hollywoodiano contemporaneo" dice Michela Carobelli, autrice dell'esaustivo libro Kathryn Bigelow. La Compagnia degli Angeli. Percorsi e sogni di una regista americana nel 2005 (edizioni Le Mani). Una chiosa ideale per una regista che ha compreso che il senso della vita non si trova in un Avatar.

 

 

 

 

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